La storia di un torrente a volte è strettamente legata con la vita dell’uomo, seppur considerando che l’antropocene è solo la brevissima ultima parte dell’evoluzione geologica della nostra terra. Oggi parliamo del rio vetus, un torrente attorno al quale da qualche migliaio di anni è stato edificato il paese di Arpino e attorno a cui si è svolta la vita dei suoi abitanti. La presenza dell’acqua è elemento importante per l’approvvigionamento, e per svolgere tutta una serie di lavorazioni, che andavano dalla concia della lana alla sua colorazione.
Sebbene agnostico, devo riconoscere che gli abitanti di Arpino portano dentro di se il dna del loro vecchio illustre compaesano, Cicerone, maestro di vita morale, colui che, per Dante, insieme ad altri autori pagani, mostrava la disposizione intellettuale e morale a giungere all’idea di Dio attraverso il faticoso itinerario che porta a quella sorta di rivelazione minore dei cui segni è piena la natura.
Il nostro amico Carlo Scappaticci, compaesano di Cicerone, è un attento e poliedrico conoscitore e divulgatore di questi segni naturali nel territorio arpinate, riconoscendo implicitamente (senza voler mettere in mezzo Dio, come Dante) che la cultura e la storia umana di un luogo, è costituita e valorizzata anche dagli elementi del territorio in cui si sviluppa.
Il rio Vetus non è un semplice torrente, è il luogo dove per migliaia di anni si è svolta la vita dei cittadini, è il luogo attorno al quale si è sviluppato il paese. E per tale motivo, mentre i torrentisti moderni lo scendono, capita di incrociare lo sguardo della signora che guarda incuriosita dal balcone di casa.
E per lo stesso motivo capita di armare su un chiodo ed un anello seicentesco, l’artefatto più antico dal quale mi sia capitato di scendere da quando indosso un imbraco. Che utilizzavano per sbarrare con delle travi l’accesso ad una cascata, impedendo che vi cadessero gli animali.
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