Dalla montagna sono passato al mare, ma per godere dello stesso elemento fisico: l’acqua.

La vela è l’unica arte che ti permette di navigare sfruttando unicamente e semplicemente le forze della natura.

Si differenzia dalla navigazione a motore, non solo per la diversa propulsione, ma per una differente filosofia di navigazione.

Il natante a motore è l’espressione più becera del mostrare la propria opulenza. Il pilota mostra la propria ricchezza sfrecciando su fuoribordo spropositati, spesso ignorante delle regole di navigazione e del buon senso. Il suo scopo è principalmente quello di mostrare la sua potenza, e la dimensione e potenza della propria imbarcazione ne è l’emblema.


La filosofia del velista è esattamente il contrario: più lo scafo è piccolo e povero, più è soggetto alle correnti marine, alle onde ed ai venti, più è difficile da portare e quindi richiede più tecnica e maestrìa.

Più è piccola e ridicola l’imbarcazione a vela, più il velista deve far conto sulla propria bravura. E’ esattamente il contrario dello spot pubblicitario nel quale vive il cazzuto macellaro a bordo del fuoribordo, seduto sullo spropositato numero di cavalli del suo bicilindri.

Mentre il fuoribordista lascia dietro di sè la puzza dello scarico del motore e mangia a tavoletta lo specchio d’acqua della baia, ed il suo tempo è scandito in decimi di secondo, dalla successione delle onde di risacca rotte dalla propria prua; il velista vive in un altro tempo fisico, scandito dal ritmo variabile del vento, che alterna raffiche a momenti di bonaccia, funzione anche del tipo di andatura e della posizione della propria imbarcazione rispetto ad altri ostacoli, come la forma del promontorio, la dimensione degli edifici a terra o di altre imbarcazioni in mare.


Mentre il fuoribuordista può ignorare tali elementi, esterni alla propria imbarcazione, perché non influenzano la propria navigazione; il velista è vigile nelle relazioni che gli elementi esterni intrecciano con la propria vela, nel tentativo, se non di governarli, di controllarli e di prevederli.

Quanto il fuoribordista procede in maniera autistica, spesso ignorando le elementari regole di navigazione, non tenendo conto che la barca a vela alla quale sta tagliando la strada, ha libertà di manovra molto più limitate di lui. Tanto il velista procede attento ai segni attorno a lui, intuendo dalle increspature del mare le migliori folate o, dalla schiuma in testa alle onde, un rafforzamento del vento.

E’ incredibile. Quanto più è forte il senso di dipendenza dagli elementi naturali, il vento, il mare; quanto più si è in grado di interpretarli per controllarli e riportarli, per quanto possibile, alla nostra misura, senza l’ausilio dell’intervento di altre forze non naturali; tanto più è forte il senso di libertà, miscuglio di piccolezza (nei confronti della forza della natura) e grandezza (nell’essere in grado di controllarla), ed insieme tanto è più forte il senso di autonomia, contare solo su se stessi e sulle proprie capacità.


Nella vela, Il tempo e le distanze sono dilatate, il ritmo del tempo ha una cadenza variabile, in funzione della forza del vento, rallentato se il vento abbatte, accelerato se rinforza. Lo scafo si muove in uno spazio non euclideo, la distanza minima tra due punti non è la retta che li congiunge, ma la sequenza di mura che la barca deve percorrere.

Il paesaggio marino che si presenta agli occhi del velista è solo in apparenza una pianura acquatica, nella realtà il vento disegna delle linee di forza che si oppongono o favoriscono l’andatura della vela. Ecco che la pianura acquatica diviene una distesa di colline e depressioni in continua mutazione, la capacità del velista è di cogliere la migliore andatura e disegnare la migliore traiettoria che, attraversando un paesaggio così variegato, lo porti all’obiettivo nel minore tempo possibile.

Il percorso diviene un gioco tra l’uomo ed i venti, che si divertono, nella loro mutevolezza, a prenderlo in giro, ma al contempo si lasciano asservire, come un adulto che gioca con un bambino.



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