Il 19 novembre 2006 Michele Angileri, Matteo Santoprete ed il sottoscritto, hanno aperto in tecnica torrentistica il Fosso della Solagna, canalone che si getta nel fosso di Selvagrande.

Quella mattina, lasciamo la macchina al Sacro Cuore e ci avviamo lungo il sentiero per monte Gorzano.
Giunti alla spalla di Colle del Vento, Michele fa: ‘ho dimenticato le frontali elettriche in macchina‘ ed io : ‘ce ne ho una io, in emergenza usciamo con quella. Ma senz’altro non servirà, abbiamo parecchie ore di luce prima del tramonto.‘ E Michele: ‘prendiamole ugualmente, non si sa mai‘.
Matteo ed io, scaricati gli zaini, ci facciamo di corsa il sentiero fino alla macchina e prendiamo le due frontali mancanti.

Mai precauzione del genere è stata così importante, e lo vedremo dopo.


Prendiamo la traccia che dallo Stazzo di Mezzo taglia in quota la dx orografica di Selvagrande, in direzione dello stazzo Solagna, ci permette di intercettare il greto del fosso della Solagna a quota 1900mt, la traccia spesso si perde, ma ci manteniamo tra gli strati, spesso passa esposta tra sfasciumi instabili, mammamia che schifo.

Più tardi, dentro, scopriamo sulla nostra pelle che il discensore ad otto (che in quell’occasione aveva Matteo, ma non è colpa sua, perché lo scopriamo solo in questa occasione), a differenza del piranha che abbiamo sempre usato, sulle particolari corde che usiamo, tende ad arricciare la corda. Il fenomeno ovviamente si amplifica sulle maggiori verticali, lì gli arricciamenti possono fare accavallare le due metà, soprattutto in fase di recupero, e se la corda tocca parecchio ed in più punti, può bloccarsi.


Ed è esattamente quello che è successo sulla massima verticale che abbiamo incontrato, in fase di recupero la corda si blocca.

Fortunatamente il salto non era completamente verticale, la parte finale era su enormi clasti appoggiati, risalendo terrazzava ed il torrente scavando permetteva di risalire in opposizione le verticali tra una cengia e l’altra, ovviamente risalendo dovevo tener conto 1. di non poter fare affidamento sulla corda che poteva cedere proprio mentre la caricavo del mio peso, 2. che in discesa avrei dovuto disarrampicare in libera, 3. che per risparmiare sui pesi avevo scelto di non portarmi il sopra della muta, e quindi, risalendo la corrente d’acqua, mi stavo inzuppando i vestiti.

Non ho mai avuto grandi abilità arrampicatorie, d’altra parte mi dispiaceva per la corda, per cui ogni metro guadagnato in salita significava un pezzo in più di corda che riuscivamo a salvare, per cui lì dove reputai di aver raggiunto il giusto compromesso tra lo scendere in relativa sicurezza e lunghezza di corda salvata (più o meno a trentacinque metri di altezza), lì tagliai.

Ovviamente questa operazione ci fece perdere del tempo e da lì a poco iniziò ad imbrunire, ma mancavano ancora delle calate, ed infine ci sorprese la notte, più o meno alle 20:00 arrivammo alla cascata delle Barche.


Con il sopraggiungere della notte calò anche la temperatura, ricordo che sopra indossavo una semplice magliettina a carne di capilene, la giacca fradicia era inutilizzabile, e la riposi nella sacca, misi in atto tutte le possibili tecniche di autocontrollo per disattivare i miei neuroni recettori del freddo e mi incolonnai dietro i fidi compagni che nel frattempo si aprivano la strada nel bosco.

Illuminandoci con le benedette elettriche, alle 21:15 eravamo alla macchina e poi alla Fattoria di Sommati dove il locandiere ci rimpinzò a dovere.


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